venerdì, Ottobre 7, 2022
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Requiem per la democrazia

Questa legislatura era cominciata con un governo tra 5 stelle e Lega, sulla spinta dell’onda populista che dall’Europa orientale aveva attraversato un’Europa occidentale indebolita dall’arroganza dell’Unione Europea verso i Paesi con economie più deboli e dalla crisi della democrazia come l’avevamo conosciuta nel secolo scorso. E’ proseguita con la pandemia da covid e un cambio di maggioranza in corsa, il Pd al posto della Lega, che ha definitivamente cancellato la centralità del Parlamento. Durante entrambi i governi il presidente del consiglio Conte ha governato attraverso atti non ratificati dall’assemblea legislativa, svilendone ulteriormente il significato.

La pandemia ha però messo in luce la dipendenza dell’Italia da Bruxelles, la necessità di ottenere soldi con cui far ripartire l’economia martoriata dal covid. Per quel passaggio era necessario al timone un uomo gradito a chi elargiva il prestito, in grado di garantire la capacità dell’Italia di onorare i suoi impegni. Nasce da lì la soluzione Draghi, l’uomo della provvidenza, soprattutto l’ex presidente della Bce, nessuno meglio di lui poteva garantire alla Ue che l’Italia avrebbe rispettato tempi e modi per incassare e restituire il denaro.

L’operazione Draghi, con la nascita del governo di unità nazionale, è stata resa possibile sia dai risultati di consultazioni elettorali parziali, che mostravano ogni giorno di più l’erosione del consenso dei 5 stelle, che nel 2018 avevano conquistato un terzo dei seggi in Parlamento, sia dalla pressione del mondo di Confindustria sulla Lega affinchè addivenisse a più miti consigli verso l’uomo di Bruxelles. L’imprenditoria italiana aveva bisogno disperatamente dei soldi europei. Poi è arrivata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin e lo schema dell’unità nazionale è saltato definitivamente.

I partiti illiberali che negli anni dell’ultima legislatura hanno tentato di spostare l’asse della politica estera italiana verso Putin, come i 5 stelle e la Lega, che da Mosca ha preso direttamente i soldi, sulla spinta del malcontento popolare per la crisi energetica e l’aumento dei prezzi incontrollato e non sempre dipendente dalla guerra, hanno ritrovato nuova energia. Il governo Draghi ha dato un grande contributo a questo processo, sempre più schiacciato sulle posizioni della Nato e degli Usa, in coincidenza di una crisi di presenza politica sullo scacchiere internazionale dell’Unione Europea.

Draghi è un banchiere prestato a una politica italiana che già aveva dimesso la centralità del Parlamento prevista dalla Costituzione e in quello spirito ha governato, come se fosse a capo di una banca che rende conto ai suoi azionisti e non ai piccoli risparmiatori. Non è mai stato interessato a trasformare in consenso politico la sua azione, anche grazie alla tradizionale passione popolare italiana per gli uomini forti e al tradizionale servilismo verso il potere della stampa italiana, che lo ha dipinto come una sorta di messia.

La volgare e imbarazzante sceneggiata del mondo politico andata in onda in questi giorni, si è svolta in una cornice che con gli arresti dei sindacalisti di base del Si Cobas e della Usb, accusati dalla magistratura di aver cercato di mettere un freno agli schiavisti del ventunesimo secolo, ai padroni della logistica italiana, sempre più simili ai proprietari delle piantagioni di cotone dei secoli scorsi, ha dato un colpo definitivo alla democrazia italiana.

L’inazione del Pd, che rappresenta lo Stato nei suoi gangli amministrativi, la sua incapacità nell’individuare una via d’uscita efficace alla crisi politica ed economica che non fosse la ripetizione di formule care alla Bce e a Washington, l’affermazione della sua debole natura, quella di governare sempre e comunque l’esistente accettandone l’ineluttabilità, sono stati gli elementi che hanno precluso definitivamente il ripristino della politica come democrazia parlamentare tradizionale. Non è di sicuro incolpevole nell’affossamento della legislatura.

Quale sarà l’esito di questa crisi, il quadro che uscirà dalle urne delle elezioni anticipate del prossimo autunno nessuno può dirlo. Quel che è sicuro è che chi governerà in futuro troverà un Parlamento indebolito sia numericamente, sempre grazie ai provvedimenti varati sulla spinta del populismo italiano, sia nella sua funzione democratica legislativa grazie alla strada inaugurata dai governi populisti prima e di Draghi poi.

La criminalizzazione del sindacalismo in corso offre al mondo imprenditoriale la spinta giusta per indirizzare un Paese in cui il 10% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà verso ricatti sempre più evidenti per sopravvivere. Ricatti che hanno bisogno per essere messi in atto di governi forti, che agiscano togliendo il residuo spazio di contrattazione al sindacalismo di base e ai cittadini gli strumenti democratici per contrastare il degrado della politica italiana. E la soluzione politica per attuare quel ricatto già c’è, la coalizione politica per portare avanti il programma di destabilizzazione definitiva degli spazi democratici è pronta ed è quella che ieri si è dichiarata “presente non votante”.

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