venerdì, Febbraio 3, 2023
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Sorvegliati e puniti

di Alfredo Facchini

Non solo li uccidono, brutalizzano, incarcerano, ogni santo giorno da 74 anni. Ora è di moda l’oltraggio, lo scherno.

La scorsa notte centinaia di coloni israeliani hanno fatto irruzione nella moschea “Al-Ibrahimi” a Hebron e hanno tenuto indisturbati un concerto danzante violando la sacralità del luogo.

Dove è ancora vivo, peraltro, il ricordo di quel 25 febbraio 1994, quando un colono nato a Brooklyn, Baruch Goldstein, fece irruzione nella moschea con un fucile d’assalto uccidendo 29 fedeli.

Quello che l’Occidente lascia fare ad Israele, oltre che avvilente, è diabolico.

Sotto quelle latitudini si sta infatti giocando anche un’altra partita.
Israele è la testa di ponte di un esperimento di sorveglianza a cielo aperto, senza precedenti.

Esempi.

Tutte le comunicazioni wireless dei palestinesi sono intercettate e geo-localizzate. Ogni telefono cellulare è sorvegliato dal software-spia “Pegasus”. L’uso del 3G e del 4G sui cellullari è interdetto, così come sistemi di pagamento, tipo “PayPal”.

Si chiama “Blue wolf” il sistema di riconoscimento facciale usato dall’esercito israeliano nei territori occupati della Cisgiordania, che contiene foto e informazioni di praticamente tutti i cittadini palestinesi.

Per anni, l’esercito israeliano ha incentivato i soldati a scattare foto ai palestinesi, assegnando premi a chi riusciva a fotografare più persone. In questo modo, le forze armate hanno costruito un gigantesco database di immagini e un punteggio di pericolosità ad personam. È quanto svelato da un’inchiesta del “Washington Post”.

Il database sarebbe così esteso da essere stato ribattezzato il “secret Facebook for Palestinians” dell’esercito di Tel Aviv.
Una volta scaricato “Blue wolf” sul proprio smartphone, i soldati devono solamente inquadrare la persona soggetta al controllo per ricevere un segnale luminoso che indica se l’individuo debba essere trattenuto, arrestato o lasciato andare. [Wired]

Ma “Blue wolf” è solo un tassello dell’ampio schema di sorveglianza biometrica messo in atto da Israele.

A Gaza city, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, i Droni israeliani ronzano a bassa quota sulle teste dei residenti della città più sorvegliata del pianeta.

Ogni attività viene vivisezionata e processata digitalmente.

Nell’aprile dello scorso anno, Google, Amazon e il governo israeliano hanno sottoscritto un accordo da oltre un miliardo di dollari.

Si chiama “Project Nimbus”, ed è avvolto in una nuvola di segretezza. Da quel che è filtrato, è un progetto per la migrazione su cloud delle tecnologie utilizzate dallo Stato e la creazione di server di immagazzinamento delle informazioni necessarie alla Difesa e a diverse agenzie governative, compresa la “Israel Land Authority”, l’agenzia responsabile del furto di terre palestinesi a favore delle colonie illegali israeliane.

Spiega “The Intercept”: «Il nuovo cloud fornirebbe a Israele strumenti di riconoscimento facciale, categorizzazione automatizzata delle immagini, localizzazione e anche mezzi per l’analisi emozionale di foto, discorsi e testi scritti».

In questo scenario da incubo i più colpiti sono i più vulnerabili: i ragazzini.

Si stima che ogni anno vengano arrestati dal governo israeliano tra gli ottocento e i mille ragazzini palestinesi. Tutti finiti sotto la lente d’ingrandimento di telecamere ad altissima definizione, sensori e app.

Una volta in manette vengono maltrattati, se non torturati, per far loro confessare reati che non hanno mai commesso. Ottenuta la confessione, vengono tenuti in galera o messi agli arresti domiciliari con un braccialetto elettronico che ne controlla i movimenti.

Così, anno dopo anno, ad un’intera Generazione viene negato il diritto all’infanzia.

Così, a 15 anni dal blocco – che nega il passaggio di persone e merci dentro e fuori Gaza – oltre 800 mila giovani hanno trascorso una vita da reclusi, intrappolati tra muri di cemento, filo spinato e sofisticatissimi algoritmi.

Alfredo Facchini

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