venerdì, Febbraio 3, 2023
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Sudan, 150 morti in due giorni. Scontri etnici per la proprietà della terra

Almeno 150 persone sono state uccise in due giorni di combattimenti etnici avvenuti in Sudan nello Stato del Nilo Azzurro, a sud del Paese, per dispute sulla terra. Lo ha reso noto una fonte medica.

“Un totale di 150 persone, tra le quali donne, bambini e anziani, sono state uccise tra mercoledì e oggi”, ha detto Abbas Moussa, direttore dell’ospedale di Wad al-Mahi. “Circa 86 persone sono state ferite nelle violenze”, ha aggiunto.

Lunedì scorso le autorità avevano imposto il coprifuoco notturno in questa zona di confine con l’Etiopia dopo la morte di 13 persone. Le violenze sono riprese nonostante il dispiegamento di grandi forze di sicurezza nell’area.

Gli scontri sono proseguiti poi giovedì sera nella località di Wad el-Mahi, a 60 chilometri da Damazin, capitale dello stato del Nilo Azzurro. Un dipendente di Medici senza frontiere ha descritto una situazione caotica e ospedali sovraffollati. Molti i feriti sia per ustioni che da proiettili e armi da taglio. Secondo testimoni locali prima sono stati uccisi gli uomini e poi interi isolati di case, in cui si erano rifugiati donne e bambini, sono stati dati alle fiamme.

I residenti della tribù Gumuz sono stati attaccati da uomini armati Hausa. Da luglio, la tensione è al culmine tra le due comunità, con gli Hausa che rivendicano il diritto al possesso della terra mentre le altre tribù si oppongono e ritengono che gli Hausa fossero privilegiati sotto il regime di Omar al-Bashir, l’ex capo di stato destituito nel 2019.

La missione delle Nazioni Unite in Sudan ha espresso la sua “seria preoccupazione per l’escalation di violenze mortali” tra le tribù del Nilo Azzurro e dello stato del Kordofan occidentale, invitando le autorità a garantire il diritto di gli abitanti alla sicurezza.

Queste morti si aggiungono alle altre 149 persone che sono state uccise tra luglio e l’inizio di ottobre, causando centinaia di feriti e 65.000 sfollati nello stato del Nilo Azzurro, secondo le Nazioni Unite.

Nell’ottobre dello scorso anno un colpo di Stato militare ha posto fine a un accordo di condivisione del potere tra civili e militari, rimosso il primo ministro Abdalla Hamdok, e innescato proteste che continuano da mesi.

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