martedì, Settembre 27, 2022
HomeMondoUna polveriera chiamata Libia

Una polveriera chiamata Libia

Dopo un anno di relativa calma la Libia è di nuovo scossa da violenze politiche causate dal rincaro dei generi di prima necessità e dei servizi, con il problema dela corruzione ormai fuori controllo, e il fantasma di Gheddafi ad agitare i sonni di ribelli e governativi. Il premier libico Abdel Hamid Dbeibah è ancora sostenuto dalla comunità internazionale e pensa di risolvere la crisi con nuove elezioni, ma dopo l’assalto di venerdì scorso al parlamento di Tobruk non è chiaro se la sua leadership riuscirà a riprendere in mano la situazione politica e le rivolte. Durante gli assalti le immagini del parlamento sventrato da un bulldozer e saccheggiato, con dense colonne di fumo, hanno fatto il giro del mondo. Violenze tra Tobruk, al-Baida, Bengasi, Sebha, Misurata e anche a Tripoli. In primo piano la richiesta di energia elettrica, con i manifestanti che urlavano “Vogliamo la luce”, attualmente interrotta per molte ore al giorno. Sotto blocco anche alcune installazioni petrolifere, principale oggetto del contendere tra le fazioni in lotta.

Non è detto però che la politica risucirà a riprendere il controllo di quella che sembra una protesta popolare generata proprio dalla rabbia contro la classe dirigente e incapace fin qua di convocare nuove elezioni, dopo che erano state annullate quelle di dicembre scorso. In corso e in cattiva salute nel frattempo sono sempre i negoziati voluti dall’Onu come mediazione tra il governo di Tripoli di Dbeibah e quello di Fathi Bashaga, sostenuto dal generale Khalifa Haftar. Lo spettro di una nuova guerra civile si fa sempre più strada, con interessi tribali che nessun leader riesce a ricomporre e senza accordi in vista tra i due governi. Secondo alcuni osservatori negli ultimi tempi elementi legati all’Isis nel Fezzan si sarebbero uniti a nostalgici dell’era Gheddafi.

Nonostante la sorpresa che sembra cogliere gli osservatori internazionali, qualcuno parla di una nuova primavera araba, le persone scese in strada sono in maggioranza giovani e lavoratori dei ceti più bassi che protestano anche per gli stipendi che non vengono pagati e per la carenza di pane, usando i social come strumento di aggregazione e con velleità nazionaliste con cui chiedono che le forze straniere presenti nel Paese siano allontanate. Accampamenti e picchetti si svolgono sotto al parlamento di Tobruk, mentre i due governi sembrano entrambi delegittimati e non in grado di controllare i manifestanti.

I due convitati di pietra nell’area sono Turchia e Russia, con i primi che controllano la Tripolitania e il flusso dei migranti verso l’occidente, sostenendo Dbeibah, e gli altri vicini ad Haftar in Cirenaica nel mutato scenario offerto dalla guerra contro l’Ucraina. Europa, come sempre, non pervenuta, mentre la destabilizzazione permette alle due potenze, Turchia e Russia, di mantenere il controllo dell’area. Stephanie Williams, consigliere speciale del segretario generale dell’Onu in Libia, ha invitato su Twitter, alla cautela: “Il diritto del popolo a protestare pacificamente dovrebbe essere rispettato e protetto, ma sono del tutto inaccettabili rivolte e atti vandalici come l’assalto alla sede della Camera dei Rappresentanti ieri a Tobruk”. Appelli generali alla calma che danno l’idea del senso d’impotenza della comunità internazionale.

La Libia,, il Paese più ricco di petrolio in Africa, è diviso in due dal 2011, quando proprio le primavere arabe aprirono la porta a quella che sembrava una speranza di miglioramento per le condizioni della popolazione. La rivolta portò alla caduta di Gheddafi e del suo regime, ma aprì anche la porta alle presenze dell’integralismo islamista al suo interno. Nel marzo dello scorso anno Dbeibah assunse la carica di primo ministro del governo di accordo nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite a Tripoli. Avrebbe dovuto indire le elezioni, previste per il 24 dicembre scorso, ma decise di rinviarle. Nel febbraio di quest’anno invece Fathi Bashagha viene scelto come nuovo premier ad interim del Governo di stabilità nazionale, ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale. Dbeibah in sostanza rifiuta di farsi da parte.

RELATED ARTICLES

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

ARTICOLI CORRELATI